Spindoc | La protesta in Iran, tra Habermas e cyberwar -
La protesta in Iran tra vecchi e nuovi media (e forse una nuova opinione pubblica).
I fatti di Teheran fanno emergere la necessità di una più approfondita riflessione sul ruolo dei nuovi media nei complicati rapporti con media, potere e comunicazione. In molti hanno enfatizzato l’importanza che web, twitter e i social network e gli SMS avrebbero quale strumento di supporto rivoluzionario nel paese degli Ayatollah (ma in Iran è in corso una rivoluzione o più esattamente una lotta tra fazioni, come l’atteggiamento prudente degli USA lascia sottendere?).
Tra Habermas e la cyber-guerrilla.
Tuttavia, è forse il caso di ampliare lo sguardo esplorando le implicazioni dell’uso massiccio dei nuovi media nell’ambito della definizione di quella che – per dirla con Habermas – potremmo definire una sfera pubblica dialogica newmediale. Ma anche in rapporto alle più moderne e raffinate tecniche di controllo politico-psico-sociale, che implicano il ricorso alla controinformazione, alla disinformazione, alla censura e, nel complesso, a quella che viene definita la cyber-guerra o cyber-guerrilla, a seconda dei casi.
Where is my vote? Foto da The Big Picture
Il triangolo classico della comunicazione politica: cittadino, potere, mass-media.
Il modello classico della comunicazione politica è basato sul triangolo “cittadino, potere pubblico-politico, mezzi di comunicazione di massa”. In tale sistema, il connubio tra interessi economici e politici porta di solito ad un patto privilegiato tra potere e media, con i cittadini condannati nel ruolo (quasi sempre) passivo di bersagli di informazione. I new media definiscono una rottura del modello, nei termini in cui il cittadino ridiventa prosumer informazionale (produce e consuma informazioni potenzialmente in egual misura) e si libera quindi dalla dipendenza da notizie e opinioni pre-confezionate.
Il circolo virtuoso del newsmaking tra nuovi media e media tradizionali.
E’ vero che la stragrande maggioranza delle informazioni che circolano sul web – comprese quelle contenute in questo post – sono di seconda mano, cioè derivate dai mass media tradizionali. Ma è anche vero che i new media danno voce e accesso diretto a chi vive gli eventi che racconta (es: lo studente che posta tweet mentre partecipa ad una marcia di protesta nelle strade di Teheran). Ed è altrettanto vero che i new media e i prosumer informazionali diventano a loro volta fonti dei media tradizionali e partecipano quindi, ad un livello originario, al processo di newsmaking informativo, mutandone la struttura genetica alle basi.
Controinformazione, mistificazione ed eccessi di comunicazione: la battaglia per definire il contesto ora è anche online.
C’è la controinformazione del singolo o dei gruppi organizzati che fanno valere la propria voce a dispetto delle censure e delle distorsioni dei media tradizionali sotto controllo governativo o di fazioni avverse. Ma c’è anche quella del potere ufficiale che – dal suo punto di vista legittimamente – chiama mistificazione le “voci della rete”. Non a caso il contestato Ahmadinejad ha da tempo sentito il bisogno di aprire un blog. Segno che radio, tv, giornali e siti web ufficili sotto controllo governativo non bastano più.
Nel caso iraniano, poi, urge il problema di non cadere vittima degli eccessi della propaganda partigiana che può essere tentata di dipingere Ahmadinejad e il suo establishment come più crudeli e immorali di quanto non siano realmente. Viceversa, possono esserci (e se ne hanno tracce) agitatori virtuali che diffondono notizie false e fuorvianti per creare confusione e smarrimento (nel caso iraniano, a tutto vantaggio della fazione governativa). Uno degli esempi più eclatanti sarebbero le foto ritoccate delle manifestazioni pro- Ahmadinejad.
La foto del comizio di Ahmanejad, ritoccate (via Daily Kos)
Controllare i media tradizionali è relativamente facile: più complicato (e probabilmente impossibile) bloccare il tam tam della Rete
Per controllare i media tradizionali basta tenere sotto controllo giornalisti ed editori, e alle brutte staccare la corrente a ripetitori e rotative. Ma come bloccare il tam tam della Rete? Il governo di Teheran ha già sperimentato quanto sia difficile e persino controproducente agire sulle infrastrutture telematiche del web e del fonia mobile: si producono danni anche alle comunicazioni governative e si fomentano malumori tra l’opinione pubblica neutrale o favorevole al governo. Ecco perché già da tempo l’Iran come altri paesi) ha allestito un corpo scelto di polizia telematica in grado di definire set di siti e canali di contatto proibiti, lavorando su keywords, tag, hashtag e altri marcatori (IP, localizzazione geografica, ecc.). Anche su questo fronte, sono state escogitate contromisure più che efficienti.
Un addetto cancella scritte di protesta. Da The Big Picture.
Le differenze tra cyber guerra e guerrilla, e il caso del fiancheggiamento degli Stati Uniti, che a chiesto a Twitter di posticipare la manutenzione del sito per non bloccare l’attività.
Lo scontro parallelo che si svolge sul web tra fazioni contrapposte fa parlare di cyber guerrilla. Ma possiamo parlare di cyber guerra vera e propria quando a scontrarsi sono gruppi istituzionali antagonisti. Uno dei più interessanti esempi di cyber guerra si è avuta recentemente in Georgia, quando ai missili reali che cadevano sul territorio georgiano, si affiancavano missili virtuali sparati sui siti istituzionali georgiani da hackers (presumibilmente) al servizio o quantomeno a favore dell’esercito russo. In Iran la cyber-guerra vede iniziative su entrambi i fronti. In più abbiamo anche un interessante e innovativo esempio di cyber-fiancheggiamento se guardiamo allo sforzo del Governo USA per sostenere l’efficienza dei canali di comunicazione telematica, come è accaduto ad esempio con la richiesta a Twitter di posticipare l’interruzione per manutenzione del servizio nei momenti più cruciali delle proteste di piazza.
Twitter, come funziona il social network che lega Teheran al mondo - Il Sole 24 ORE -
giugno 2009

Da alcuni giorni i termini più ricercati su Twitter sono “Iran election” e “Iran”. Arrivano dozzine di messaggi ogni secondo. Persino il leader dell’opposizione Moussavi utilizza la sua pagina per dare appuntamenti ai manifestanti e informare il mondo («Sono pronto al martirio», ha scritto pochi giorni fa»). Un fenomeno certamente favorito dal bavaglio imposto dal regime all’informazione ufficiale, che rende decisivi i canali alternativi. Ma non solo: a maggio è il sito web più cresciuto in assoluto. Secondo Nielsen gli utenti unici sono cresciuti del 1.500 per cento in 12 mesi, raggiungendo quota 18,2 milioni. La stessa società di ricerca, però, poche settimane fa aveva fotografato un elevato tasso di abbandono degli iscritti (più del 60% entro un mese).
I Social Network fanno la rivoluzione | TecnoDuo -
Parliamo sempre di come i Social Network rivoluzionano il concetto di pubblicità e di marketing, di come le marche sono vissute e devono comportarsi per piacere ma queste sono solo conseguenze di una rivoluzione più grande e sicuramente più significativa. Il web con i suoi sistemi di comunicazione è una rivoluzione che coinvolge molto di più, coinvolge le stesse delle società in cui viviamo, le dinamiche sociali e i sistemi di governo. Mica bruscolini, mica pizza e fichi, mica balle, il web plasma e trasforma tutta la società e non solo la reclame.
Un esempio straordinario della potenza del web sono state le votazioni in Iran. Due Social Network – Facebook e soprattutto Twitter, quella cosa che nessuno capisce a cosa serve, sono stati i sistemi che hanno usato i giovani Iraniani per organizzarsi e mobilitarsi contro il governo in carica le elezioni truccate e per far conoscere al mondo la situazione che stavano vivendo. I ragazzi (ma anche quelli più grandi) hanno usato ovviamente gli strumenti che conoscevano meglio e che sanno il “potere” non può controllare (o non ancora). Sanno che è difficile controllare il web alla stessa maniera in cui sono controllabili i media tradizionali (spegnendo la corrente agli studi TV, chiudendo la tipografia dei giornali che non piacciono al governo).
Se questo porterà tutti i governi (anche quelli non autoritari) a pensare a strumenti per contrastare queste “armi”, sicuramente questa sarà una lezione per tutti i popoli o gruppi che vogliono farsi sentire, si saprà che se da una parte ci sono i fucili dall’altra ci sono strumenti per mettere pressione a chi governa che sono democratici e globali per cui niente rimarrà più all’interno dei confini nazionali o dentro le segrete dove vengono portati i manifestanti arrestati.
Così i social network fanno la rivoluzione, così i social network sono una grande chance.
Facebook | A Personal Note on Iran: How Information is Spreading -
In light of the recent events in Iran, we want to share a story from an Iranian-American colleague about his experiences using Facebook and his perspective on how much has changed in the past decade.
I woke up Saturday morning to a surge of activity in my News Feed about the events unfolding in Iran. I had heard that President Mahmoud Ahmadinejad had been re-elected, but I had no idea how the people of Iran were reacting to the outcome.
I soon realized the enormity of what was happening, and how dramatically the flow of information had changed in Iran, my country of ancestry. Through a constant stream of videos, photos, status updates and notes from my friends in Iran and around the world, I soon learned of the reaction to the election news. Thousands of Iranians were taking to the streets in demonstrations all over the country, and the people were disputing the results and demanding a new vote.
Four days later, I was marching with nearly 150 students and protesters at Stanford University in a protest that I learned about through my friends on Facebook. It was just one of the many ways that people around the world were showing solidarity and staying connected with the events in Iran, despite reports of a crackdown on media and Internet blocks.
I soon saw requests from Iranians on Facebook for us to share our pictures from these demonstrations worldwide. While facing great danger in their own country for protesting, Iranians wanted to see that they weren’t alone and that the story of their struggle was reaching people everywhere.
This wasn’t always the case. Almost 10 years ago, as an American college student of Iranian descent, I struggled to spread the message of my student counterparts in Iran. In July of 1999, student-led protests erupted for six days in response to the government closure of a reformist newspaper. They ended in violent arrests and even loss of life.
Like today, there were reports of information being restricted from coming in or out of Iran. Back then, even in countries with freedom of speech and press, information didn’t spread without access to major media outlets. My friends went so far as to chase down a television crew to raise awareness about what was happening.
Those communication barriers are breaking down now, with the growth of the Internet and all of the new tools for creating content and instantly spreading information. As soon as my Iranian friends share an update about what’s happening in their country, their friends are amplifying their voice by sharing it outside of the country to their friends, who then can spread it even further.
In one instance, a friend who had received updates from her family members still living in Iran captured their first-hand account in a Facebook Note. It expressed the range of emotions the family felt about the violent crackdown in that country — fear, animosity and a desire for the truth to be told.
People are even re-posting first-aid instructions on Facebook, giving Iranians access to this basic information in Persian. The hard evidence of the government reaction is everywhere with status updates and photos documenting the Iranian struggle.
I can’t help but think of how events may have unfolded differently if we had access to tools like Facebook back in 1999. I’m proud to be a part of a company that is enabling people to make their voice heard, but I am even prouder of the courage of all of the people in Iran overcoming danger to share their experiences and stand up for what they believe.
Navid works on the Information Technology team at Facebook and hopes for freedom in Iran.
[video]
Iran: qual è la rivoluzione di twitter? - Comunità Digitali -
Le proteste in strada a Teheran e in altre città dell’Iran continuano. L’attenzione dell’opinione pubblica mondiale è alimentata da blog e social network, come twitter e Facebook. Sono le principali fonti d’informazione per i giornalisti. Con quali conseguenze?
È davvero una twitter revolution? Adesso non c’è modo di dimostrarlo: nessuno sa se i giovani iraniani abbiano davvero usato i messaggini di twitter per organizzarsi e scendere in strada. Gli analisti di Foreign policy (che seguono le vicende iraniane da molto tempo) sostengono di no. Soprattutto perché non sono molti quelli in grado di superare la censura iraniana e usare mezzi di comunicazione rallentati o inaccessibili (compresi i network di telefonia mobile).
Le notizie trovano la loro strada. Twitter, Youtube, Facebook e i blog hanno dimostrato una straordinaria capacità di comunicare le proteste in Iran. Attraverso foto, video, testi. Televisioni e giornali sono stati costretti a rincorrerli: perché le notizie, come spesso accade su internet, hanno trovato da sole la loro strada. Non è successo per la prima volta: ricordate le foto dei monaci birmani scattate dai turisti e dagli studenti? Twitter, poi, è stato già utilizzato per organizzare le proteste in Moldova. E per le notizie dall’Africa, blog e social network si sono già dimostrati fonti indispensabili d’informazione (e non solo): come per le elezioni nello Zimbabwe e in Kenya. Più veloci, capillari e documentati dei media tradizionali.
Giornalisti e blogger all’estero: come comportarsi? Potrebbe succedere in futuro, in altre nazioni. E questo pone un problema di metodo. Scrive Giuseppe Granieri:
“Nella dialettica tremenda tra controllo (potere) e informazione, la rete è l’unica fonte di cronaca possibile su quanto sta accadendo (e qualcuno sospetta che anche chi controlla lo sappia benissimo e sfrutti la situazione). I reporter e gli inviati possono fare poco, così anche la CNN deve seguire gli eventi su Twitter e Friendfeed”.
Vero. Non è possibile controllare se una notizia è vera o falsa. Né si può sapere se la fonte è attendibile. Ma le notizie che circolano rapidamente. E hanno conseguenze reali: la mobilitazione delle persone in Occidente, gli attacchi informatici (ddos) contro i siti web legati ad Ahmadinejad, la pressione sui governi. Oppure, un caso di disinformazione recente: il panico sul contagio da influenza suina diffuso anche attraverso il web (come ha notato Luca De Biase). Che fare? Suggerisce Mantellini:
“L’inversione iraniana è invece proprio questa: il racconto degli eventi, specie quando le maglie della censura si stringono, percorre altri sentieri in rete ed ai grandi media spetta il lavoro importantissimo di filtro, rielaborazione e commento”.
Il modo in cui la collaborazione tra giornalisti e cittadini si svilupperà non è affatto scontato: è evidente come la capacità di filtrare le informazioni sia decisiva per la qualità dell’informazione. Ma i filtri sono ancora da calibrare e bisogna farlo rapidamente per stare al passo del cambiamento tecnologico.
Guarda la mappa della blogosfera persiana (Berkman center, Harvard)
Nokia e Siemens hanno venduto un sistema di spia su Internet all'Iran -
Si chiama NSN (Nokia Siemens Networks) ed è una joint venture tra la finlandese Nokia e la tedesca Siemens il soggetto che ha fornito (non è chiaro se completamente o in parte) all’Iran uno dei più moderni e sofisticati sistemi di monitoraggio di Internet esistenti al mondo, utilizzato anche in questi giorni per controllare il flusso d’informazioni sulla rete effettuato dai dissidenti.
Lo strumento in mano al governo iraniano sarebbe in grado non solo di bloccare l’accesso a determinati siti ma anche di effettuare un evoluto filtraggio dei pacchetti, ottenendo dati sulle persone o anche addirittura alterarne i contenuti per creare disinformazione o comunque disturbare le comunicazioni in modo quasi invisibile.
Il primo utilizzo immaginabile di questa tecnologia è la possibilità di analizzare i pacchetti per la ricerca di messaggi email ma anche comunicazioni vocali, oltre che il controllo totale su social network come Facebook e Twitter, quest’ultimo diventato negli ultimi giorni vera e propria voce dei dissidenti iraniani verso il resto del mondo sotto il topic #IranElection. Il sistema sarebbe in grado di dismembrare, analizzare cercando parole chiave per eventualmente modificarlo e ricostruire il pacchetto nel giro di pochi millisecondi.
Nella vicenda regime iraniano vs Twitter temo che si stia sopravvalutando tecnicamente un po’ troppo i social media.
Da un lato l’amministrazione USA ha ammesso di essere in contatto con Twitter e Facebook, probabilmente per chiedergli di non effettuare i periodici aggiornamenti (con relativa sospensione) del sistema di fronte a una situazione così critica.
Dall’altro è estremamente improbabile che un regime di polizia in un paese tecnologicamente evoluto come quello iraniano non sia in grado di bloccare i social media sia in entrata che in uscita.
Non si tratta di semplici filtri (come in Cina) ma di un vero e proprio controllo capillare dei nodi internet, abbastanza diffuso nei regimi totalitari mediorientali e africani, probabilmente basato anche su liste nere.
E’ vero che per usare Twitter non c’è bisogno di passare necessariamete sul suo sito (per cui serve a poco bloccarlo) ma non è vero che il passaggio dati verso il suo sistema, effettuato in mille altri modi, sia virtualmente non individuabile.
Il protocollo utilizzato e liberamente disponibile, così come usato da ogni altro servizio a cui si aggancia, contiene delle “firme” facilmente ritrovabili, se non altro a partire dall’autenticazione dell’utente.
Senza parlare del fatto che controllando i nodi anche i contenuti possono essere letti.
Infine non è molto difficile avere una lista sempre aggiornata di tutti i social network disponibili pubblicamente con le loro caratteristiche peculiari.
E’ naturalmente possibile aggirare anche questi controlli ma d’altro canto i controllori potrebbero decidere facilmente di filtrare i dati, per es. criptati, e si tratterebbe di un capitolo a parte. Quindi se si parla di social network pubblici e disponibili a milioni di persone quello che sta accadendo in Iran è che ne stanno ancora permettendo l’accesso.
Perchè?
Ci possono essere due ipotesi: 1. il regime conta di utilizzare gli stessi social network a suo favore. In questa fase hanno bisogno di non rimanere isolati a livello internazionale (e soprattutto di Lega Araba). Un blocco assoluto dei SN (o addirittura di tutta internet) insospettirebbe molto anche i paesi arabi moderati. Possono usarli, invece, per fare disinformazione (soprattutto nel mondo arabo) e individuare i dissidenti. 2. qualcuno all’interno del regime si sta opponendo. E questo potrebbe essere un segnale. E’ difficile dire cosa stia accadendo davvero ma stavolta bisogna cercare di interpretare anche i dati che provengono dai SN. Il citizen journalism sta dimostrando la sua forza dirompente ma non vorrei che dimostri anche, per la prima volta, di essere in qualche modo manipolabile.
— my moleskine
The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran. -
[Il titolo è ovviamente una citazione del libro di Trippi. Ma qui non dei prodromi d’obama si scrive, ma di ciò che sta accadendo in Iran: più sotto, e con qualche aggiunta, un breve pezzo introduttivo pubblicato oggi su Dnews, che certo non esaurisce l’argomento o i possibili link (sto lavorando ad un approfondimento). as]
«Twitter al momento è l’unico strumento che abbiamo per comunicare all’esterno, non toglietecelo». Messaggio in 140 caratteri firmato “Mousavi1388” (1388 è lanno corrente nel calendario persiano), profilo riconducibile al candidato Hossein Mousavi, sconfitto alle recenti contestate elezioni iraniane da Mahmoud Ahmadinejad. Negli ultimi giorni in Iran si comunica attraverso blog e social network: «Senza libera stampa – recita un altro update – ogni persona deve diventare mass media». One person = one broadcaster, questa la sintetica ed efficace formula usata dalla protesta iraniana sul web.
Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture
Ecco perchè il governo iraniano ha impedito l’accesso a molti servizi online: blog oscurati, Facebook e Twitter inaccessibili, Friendfeed bloccato (come ha comunicato il suo fondatore Bret Taylor con tanto di grafico esplicativo che svela anche l’intenso uso che gli iraniani facevano del social network, ottimo per organizzare le informazioni in velocissimi thread).
Yes, Friendfeed is blocked in Iran. Right now the papers and TV channels here are controlled by the government and our access to satellite channels is blocked too. Friendfeed and Twitter are quite vital for us now. Our main source of exchanging information and news is Friendfeed. Via Friendfeed we let everyone know that where people need help and where to go and how to help them and what to be careful about… (un commento di Selma, utente iraniana, circa l’uso di Friendfeed)
Ed ecco perchè poche ore fa il governo statunitense ha chiesto a Twitter di rimandare i lavori di manutenzione sul server previsti in queste ore, per non togliere questo canale di comunicazione alla protesta.
Una censura telematica, quella delle autorità iraniane, che si somma alle altre segnalate nelle ultime ore, dall’istant messaging ai satelliti, dai giornali ai cellulari. Ma non è facile bloccare un web maturo come quello iraniano, dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni, ed è ai primi posti mondiali per numero dei blog attivi.
Where is my vote? Via Boston Big Picture
E’ una protesta globale e consapevole, giocata con tutte le opportunità digitali a disposizione: un movimento biunivoco che permette ai singoli testimoni oculari di raccontare in diretta al mondo ciò che accade, e al mondo di contribuire rilanciando le notizie e i contenuti multimediali, ma anche diffondendo stratagemmi per superare i blocchi governativi. Come quello degli utenti di Twitter che da tutto il mondo cambiano il luogo di residenza, inserendo Tehran: «La polizia iraniana cerca di rintracciare le persone che usano twitter dall’Iran. In questo modo si rende la vita più difficile e si proteggono i veri utenti iraniani», spiega il ricercatore Fabio Giglietto.
L’obiettivo dichiarato è non fare calare il silenzio sul movimento, che denuncia brogli elettorali. Ma il vero centro di gravità della protesta sono i nuovi media, che cercano la sponda di giornali e tv, ma per la prima volta quasi bastano a loro stessi sulla scena dell’opinione pubblica mondiale.
By giving a new generation of Iranians the right to protest, Web 2.0 has become a powerful reformist tool, because for the first time, the people of the Islamic Republic are being watched – and can communicate with – a worldwide audience. The government can no longer suppress a population which refuses to be silent. Leyla Ferani
Lo spiega splendidamente la ventunenne giornalista anglo-iraniana Leyla Ferani su The Telegraph; Facebook, Twitter, YouTube, la internet partecipata e globalizzata che conosciamo hanno di fatto abbattuto il muro virtuale tra Iran e occidente, e non sarà facile fermare questa gioventù connessa: «Nonostante gli sforzi censori del governo, grazie al Web 2.0 le persone hanno la possibilità di poter comunicare con una audience globale». La prossima rivoluzione sarà prima su Internet.
Cambiare la storia con Twitter, Facebook e telefonini : Catepol 3.0 -
E’ quello che stiamo osservando nelle recenti elezioni in Iran, la storia può essere cambiata dai social network e dai mezzi di comunicazione che ognuno di noi si porta oramai dietro, i telefonini, e con i telefonini l’accesso a canali che poi viaggiano in internet, raggiungono persone, diffondono notizie e messaggi, ma anche foto, mettono immediatamente in rzione le persone una con l’altra, da un capo all’altro del mondo. Questo video è un TED Talk di Clay Shirky nel quale ci spiega come gli SMS e i social network che ogni cittadino ha a disposizione possa abilitare ognuno di noi a raccontare, riportare notizie, diffondere, comunicare ecc. anche quando la censura sui media tradizionali e sui canali istituzionali prova a imbavagliare e far passare sotto silenzio ciò che accade. Il silenzio col web 2.0 non è più possibile.